Alle persone che si conoscono in viaggio

Alle persone che si conoscono in viaggio

Una cosa che mi manca tremendamente in questo periodo sono le persone che si conoscono in viaggio.

Mi mancano le persone che si incrociano per strada, siano esse locals, turisti o viaggiatori come me. Mi manca fermare qualsiasi persona mi passi davanti per chiedere informazioni o per chiedere di scattarmi una foto. Mi manca parlare con gli autisti, scambiare quattro chiacchiere con gli host degli airbnb e con i negozianti e, nel bene o nel male, mi mancano persino i barboni pazzi e puzzolenti di Los Angeles.

Mi mancano le persone che alla fermata dell’autobus attaccano bottone, e con le quali si instaura poi magari un’amicizia che dura tutta la vita. Le persone che incroci per strada e che ti sorridono, così, senza motivo, o quegli sconosciuti che dal nulla ti fanno un complimento. Ti colgono di sorpresa e la cosa non può che rallegrarti la giornata e stamparti un sorriso ebete in faccia.

Mi mancano le persone che si conoscono in viaggio, perché sono proprio loro che lo rendono speciale e indimenticabile. Sono loro che mi hanno hanno regalato le emozioni più grandi.

Ed è quindi a voi, che avete incrociato la mia strada, che avete condiviso un pezzo, o anche solo un istante, della vostra vita con me, che voglio dedicare questo mio primo post del 2021. Grazie perché senza di voi i miei viaggi non sarebbero stati quello che sono stati.

Alle persone che si conoscono in viaggio

Los Angeles

Ci siamo conosciute per caso a casa di Mary Jane. Tu eri li già da sei mesi quando sono arrivata io. Studiavi per entrare alla UCLA. Miravi a trasferirti a Los Angeles per diventare compositrice di musica per i film. Anche io ero venuta li per studiare. Ma in pratica non me ne fregava niente del corso di inglese. Volevo solo ballare, ballare e ballare.

Più diverse non potevamo essere. Tu mora, io bionda. Tu sedentaria, io sempre attiva. Tu insegnante di piano, io di danza. Tu dormigliona, io mattiniera. Tu la notte, io il giorno.

Ci siamo amate, ci siamo odiate, ci siamo scontrate, ci siamo abbracciate. Tra di noi è nata un’amicizia unica e speciale che dura ormai da 10 anni. Tu sei riuscita nella tua impresa e ora vivi a Los Angeles. Io sono venuta a trovarti, da allora, ogni estate e ho vissuto in tutte le case che hai cambiato. Da Brentwood a South of South Pasadena, da Hollywood&Highland a North LaBrea. Ti sei anche sposata e mi hai scelta come tua testimone. E ora vivi nella Valley e non vedo l’ora di poterti riabbracciare di nuovo.

Eda

Ti ho conosciuta una mattina mentre facevamo meditazione di fronte all’oceano. Io fingevo di fare quello che diceva l’insegnante ma in realtà non ci capivo assolutamente niente. Ti ho rivista al matrimonio della mia amica e poi, non si sa come, siamo diventate inseparabili. Mi hai chiesto se sapevo guidare la macchina e sei arrivata con un “camion”. Mi hai offerto la cena nel ristorante dove lavoravi e siamo andate all’avventura a scattare foto tra Venice Beach, Runyon Canyon e Zoo abbandonati di Los Angeles. Che ridere vedere la tua faccia spaventata quando ti ho fatto prendere l’autobus con me, tu che prendi solo Lyft e Uber. Mi manchi amica mia. Vorrei averti qui adesso, o essere io li con te in questo momento.

carlotta

Ti sei messo a parlarmi con una scusa banalissima mentre aspettavamo il bus. Volevi sapere quanto costava il biglietto con il transfer. Tu, che abitavi a Los Angeles, da me, che ero una semplice turista. Eri francese e pure carino. Il tuo accento mi faceva impazzire. Lavoravi in un negozio di abbigliamento di Melrose. Ci siamo scambiati il numero di telefono e ci siamo incontrati di nuovo l’anno dopo e quello dopo ancora. Mi hai portato a bere una cosa in un bar di Hollywood e mi hai fatto entrare al The Broad facendomi saltare la fila. Lavoravi li quell’anno. Mi hai fatto anche entrare all’Infinity Room senza prenotazione: i 45 secondi più belli della mia vita. E poi sei venuto in Italia con tua sorella lo scorso anno. Ci siamo trovati a Venezia. E’ stata una giornata bellissima.

French in Venice

Eri seduto vicino a me in autobus. Mi ricordo anche com’eri vestito. Pantaloni della tuta grigi e canottiera a costine bianca. Non mi ricordo però se avevi le ciabatte e i calzini o delle semplici scarpe da ginnastica. A quello non ci facevo ancora caso. Mi hai chiesto se potevo essere tua amica. Mi hai fatto una tenerezza enorme.

Mi hai chiesto a che ora passava l’autobus e poi hai cominciato a chiacchierare con me del più e del meno. Ti chiamavi Chris Brown, proprio come il cantante. Mi ricordo di averti chiesto di mostrarmi la carta d’identità perché non ci potevo credere. Incontrare Chris Brown alla fermata dell’autobus. Peccato non fossi quello vero. Ti piacevano le mie scarpe e mi avevi invitata a venire al Whisky a Go Go, il locale dove lavoravi. Ma quella sera dovevo andare a mangiare la pizza con degli amici.

Sei arrivato al mio compleanno insieme a tuo cugino e al tuo hookah. Non ti conoscevo e non parlavi neppure bene l’inglese, anche se eri li per fare l’università. Mi facevi un sacco ridere. Una delle persone più buffe e simpatiche che io abbia mai conosciuto. Ne abbiamo passate delle belle poi insieme. Il tuo farewell party, quando ad un certo punto è arrivata la polizia a mandare via tutti e il weekend a Las Vegas, quando ti fingevi il marito di tutte noi ragazze. Quanto ho riso! Se penso che ora sei diventato un professore universitario in Arabia Saudita…vorrei essere araba e venire a lezione da te.

E poi ci sei tu, che sei apparso nella mia vita dal nulla, una domenica mattina alle 7 mentre aspettavo l’autobus sotto casa. Dicevi che ti sentivi caduto dall’universo. La sera prima eri a DTLA e ora, non si sa come, eri li a South of South Pasadena. Probabilmente eri ubriaco. Ma in realtà, poi, frequentandoti, ho capito che tu o eri proprio così o eri sempre ubriaco. Cosa che era comunque altamente probabile.

Avevi due figli, uno dei quali dicevi essere la reincarnazione di tuo zio. Mi facevi paura quando mi raccontavi certe cose, ma nello stesso tempo ne ero affascinata. Eri così bello, ma nello stesso tempo così assurdo. Ti sei fatto mezza Los Angeles per raggiungermi a El Matador e ad Huntington Beach. Mi hai suonato il campanello di casa una mattina all’alba per dirmi che avevi perso il cellulare in spiaggia e ballavi come un pazzo scatenato ai Drum Circle.

Baci, abbracci, promesse. Mi hai detto che quella con me era stata l’estate più bella della tua vita. E lo era stata anche per me. Ci siamo sentiti per un po’. Ti ho inviato anche un libro fatto da me con le nostre foto e le nostre storie. Chissà se lo conservi ancora.

Nikolai

Vi siete fermati per darci un passaggio mentre facevamo l’autostop scendendo dall’ Hollywood Sign. Facevate gli steward per Emirates ed eravate li solo per qualche giorno. Tu invece eri con tuo figlio, a Palos Verdes, e hai dato un passaggio a me e alla mia amica che ci eravamo perse nel nulla. Ti sei accorto subito che non ero californiana dal mio accento Italiano. Mi hai raccontato la storia della tua vita. Guidavi l’autobus e hai fatto di tutto per fermarmi vicino al Panda Express dove dovevo andare, chiedendo addirittura ad un tizio con un cart di darmi uno strappo.

Ti ho chiesto se sapevi dov’era il tonno e tu, con uno sguardo misto tra l’incredulo e l’estasiato, mi hai risposto… “I don’t know, but thankyou for asking me”.

Mi ero seduta vicino a te in autobus, pensando fossi una persona normale. Invece dovevo immaginarmelo dal tuo sacco nero che eri un pazzo furioso. Ti sei svegliato e hai cominciato a dirmene di tutti i colori, manco ti avessi fatto qualcosa. Non capivo bene quello che stavi dicendo. Capivo solo gli insulti e le parolacce che comunque erano l’80% del tuo monologo. E poi è arrivato un ragazzo che si è messo tra me e te per evitare che mi ammazzassi.

Mi hai urlato dall’altra parte della strada, che ti piacevano le mie scarpe. Mi hai detto che avevo bisogno di un po’ di nero nella mia vita. Probabilmente ti riferivi a te stesso. Anzi, senza il probabilmente. Mi hai detto che non dovevo offendermi ma che avevo proprio delle belle gambe. Volevi strapparmi i miei capelli biondi e mi hai rincorso, finché non mi hai raggiunta e ti sei messa a girarmi attorno con la tua faccia a un centimetro di distanza dalla mia, senza dirmi cosa volevi. Mi hai fatto paura. Cercavo di sorriderti ma sono scoppiata a piangere. E quando ti sei arrabbiato e hai cercato di prendermi il telefono dalle mani mentre stavo filmando un tizio che suonava la chitarra in metro, mi hai fatto tremare dal terrore.

Long Beach

Sono venuta a cena da te a Long Beach. Mi aveva dato il tuo contatto un mio amico. Non ti avevo mai visto prima e quando hai aperto la porta, pensavo di svenire. Bello impossibile e con due occhi stupendi. Io e te italiani, la mia amica turca e un sacco di arabi sauditi. Abbiamo mangiato. Abbiamo giocato e siamo finiti al bar. Dopo quella sera io e te non ci siamo più sentiti ma, chissà perché, sono rimasta in contatto con il tuo coinquilino.

Mi sono ubriacata un sacco di volte a casa tua. La casa del peccato la chiamavamo. Feste infinite, sempre gente nuova, e la mattina il disagio che neppure se fosse scoppiata una bomba. La prima volta che sono stata da te mi hai fatto dormire sul tuo divano e la mattina sei arrivato in cucina a petto nudo e con i pantaloni della tuta a prepararmi la colazione. Pensavo di morire. Mi hai portata nel posto più bello di Long Beach a vedere il panorama e poi siamo andati in giro per Hollywood alla ricerca del Camel Milk. Già ti amavo…lo sapevi?

Maldino

Ti ho conosciuto ad una festa, ti ho rubato il letto per una notte e tu ti sei messo a dormire per terra davanti a me. Mi avevi promesso che mi avresti portata a casa la mattina dopo ma, in realtà, quando mi sono svegliata, tu ancora dormivi beatamente. Ci siamo ritrovati l’anno dopo e mi hai portato a fare hiking nei pressi di una cascata a Malibu. Sei voluto arrivare fino a sopra, anche se il sentiero non c’era. Ho pensato di morire come minimo un centinaio di volte. Già mi vedevo sfracellata per terra. Ma nonostante tutto sono venuta ancora via con te. Palm Springs, Salvation Mountain e San Diego.

Non so com’è che io e te siamo diventate così amiche. Ci eravamo conosciute una sera alla casa del peccato e non ci eravamo neppure parlate più di tanto. E poi…Poi un giorno, così dal nulla, siamo andate a fare hiking all’Hollywood Sign, a mangiare Chicken & Waffle, a ballare al Love Festival e a cantare a squarciagola per i quartieri più malfamati, a bordo della macchina decapottabile di tuo fratello. Mi è sembrato di conoscerti da sempre. E anche la gente che ci vedeva per strada pensava fossimo amiche da una vita.

Gabriella

San Diego

Ero in pericolo, e non c’era nessuno in zona che mi potesse aiutare. Ma poi, dal nulla, sei arrivato tu, che con un “Take my hand” mi hai portato in salvo. Sei stato una “visione”. Una visione con addosso solo un perizoma rosa fuxia striminzito. Mi hai anche detto il tuo nome, ma figurarsi se mi ricordo. Magari non ti ho neanche ascoltato più di tanto com’ero persa a pensare all’assurdità della situazione.

New York

Mi hai fermata per strada per dirmi che ti piaceva il mio orologio. Che modo singolare per attaccare bottone. Era rosa fuxia tra l’altro ed enorme…non proprio “maschile”. Mi hai chiesto se mi ero persa perché era già la seconda volta che passavo per di li nel giro di poco tempo e mi hai dedicato “I got Sunshine” durante un giro in metro, senza sapere che quello era il mio soprannome.

Ci siamo conosciute nella casa dove tu abitavi ad Astoria. Ho vissuto li con te per i 10 giorni che sono rimasta a New York. Ti eri trasferita li dall’Italia per fare la ballerina. Sprigionavi un’energia come nessuno mai a qualsiasi ora del giorno.

Stavo camminando per Chinatown. Ero al telefono con una mia amica. Ci siamo incrociate e così, senza nessun motivo, mi hai dato un pugno. Mi sono girata quando mi sono ripresa dallo shock, ma già non c’eri più.

Did i do something wrong

Istanbul

Ti ho chiesto informazioni in inglese. Tu però non spiaccicavi una parola. Hai cercato in tutti i modi di rispondermi in turco, ma io non capivo un accidente. Finché, alla fine, sei entrata in un panificio a chiedere un pezzo di carta e una penna e mi hai disegnato con cura una mappa per indicarmi la strada da percorrere.

Mi sono seduta vicino a te nel minibus in direzione del porto. Parlavi un po’ di italiano, e anche un po’ di inglese. Mi hai offerto la corsa in traghetto fino ad Istanbul e mi hai dato il tuo numero, nel caso avessi avuto bisogno di aiuto. Ci siamo rivisti la sera, neanche ci fossimo messi d’accordo, proprio nello stesso punto in cui ci eravamo lasciati quella mattina.

Mi hai fatto saltare la fila per entrare nella Moschea Blu, facendomi passare per una musulmana e poi dentro mi hai spiegato tutto per filo e per segno. Mi ricordo ancora i tuoi occhi azzurri meravigliosi.

Barcellona

Ci hai guardate cercare un posto dove mangiare e, fingendoti un ex calciatore famoso (facile con chi non se ne intende di calcio), ci hai portato a mangiare un panino in un locale dove ti conoscevano. Hai comprato la crema a mia sorella perché si era ustionata e ci hai anche offerto il gelato. Volevi che io facessi i provini per ballare in quello che tu dicevi essere il tuo locale (ti eri pure tatuato il suo simbolo nel braccio) e volevi che mia sorella scommettesse su una partita di cui dicevi di conoscere i risultati. Ma no, non ci siamo cascate.

Lisbona

Ti ho notato tra le centinaia di persone che c’erano al miradouro di Santa Caterina. Io ero sbronza ma tu eri bellissimo. Assomigliavi al mio Arabo Saudita di Long Beach. E anche tu, che una settimana dopo mi hai offerto una birra nello stesso identico posto, eri altrettanto bello. Anzi, forse di più.

Parigi

Ti ho conosciuto una sera in una discoteca di Santa Monica, e te ne sei pure andato incazzato perché parlavo con il tuo amico. Hai fatto di tutto perché ci rivedessimo, sia in California che in Europa. E alla fine è successo, ci siamo rincontrati a Parigi. Mi hai portato nel bar più bello della città, dove un cocktail minuscolo costava 25 euro, e da dove si vedeva tutta Parigi dall’alto. Era da 5 anni che non aspettavi altro. Lo so.

Napoli

Sono capitata nel tuo B&B al Vomero quasi per caso e con i tuoi consigli e le tue premure hai reso il mio soggiorno indimenticabile.

Come me non riuscivi a trovare dove poter fare il biglietto per il treno. E siamo finiti così a fare il viaggio insieme fino a Napoli. Non mi ricordo come ti chiami. Un nome con la F. Forse Fabrizio. Non so. Mi ricordo solo che lavoravi alla Piscina Mirabilis ed era il tuo primo giorno li. E’ stato super piacevole chiacchierare con te. Ed eri pure carino.

Un gioco di sguardi in metropolitana, breve ma intenso. Poi ahimè, io sono scesa e tu mi hai seguita con gli occhi. Non ti ho più rivisto. Peccato.

Giordania

Ci hai accalappiate non appena siamo arrivate al Tesoro di Petra. Sembravi ubriaco ma mi stavi simpatico. Mi ricordo che dovevi lavarti i denti, non so perché ce l’hai detto.

Insieme al tuo amico carino ci hai portate in giro per tutto il sito di Petra, mostrandoci posti che da sole, molto probabilmente, non avremmo mai visto. Ci avete fatto entrare nella vostra grotta, ci avete fatto da mangiare in un’altra grotta nel bel mezzo del nulla e ci avete portato illegalmente a guardare il Petra By Night, dall’alto.

Abbiamo camminato insieme di notte sotto le stelle con gli asinelli, proprio come in un presepe. Mi tenevi la mano perché non vedevo niente e avevo paura di cadere. Ci hai anche portato a casa tua e offerto la cena, facendoci conoscere tutte le donne della tua famiglia. Mi hai messo il kajal negli occhi e mi hai offerto il te al tramonto, con in sottofondo la stessa musica che ascoltavo anche io.

Dubai

Mi hai vista mentre camminavo sola soletta a The Palm e mi hai chiesto se potevi passeggiare con me. Volevi anche darmi un passaggio a casa, ma io ho preferito prendere la metro. Il giorno dopo ci siamo ritrovati e mi hai portata con la tua macchina, in tutti i posti che volevo vedere di Dubai. E siamo finiti poi a mangiare una pizza sul prato davanti al mio Hotel.

Ci siamo ritrovati a dover condividere un appartamento. Due completi sconosciuti e un’unica camera da letto. Mi sei venuto a prendere in aeroporto alle 2 di mattina. Mi hai portata al supermercato vicino a casa perché magari avevo bisogno di qualcosa e volevi anche pagare tu, ma non ti ho lasciata.

Hai dormito sul divano per lasciare a me il letto e io, ogni mattina, ti svegliavo con quel bollitore dell’acqua che faceva un casino assurdo. Siamo anche andati in giro insieme un paio di volte. Mi facevi troppo ridere. Penso tu sia l’unica persona che io abbia mai conosciuto che diceva di essere “chicketarian” e che non ha mai assaggiato una pizza. Stavo bene con te. Mi sentivo al sicuro. Mi hai lasciato la tua felpa verde bottiglia. La sto indossando proprio ora.

Ci siamo conosciuti alla fermata del bus davanti casa. Era la mattina dell’ultimo dell’anno. Avevi le chiavi della macchina in mano e anche una bottiglia di latte. Mi hai chiesto se sapevo a che ora passava l’autobus…come se te ne interessasse qualcosa e poi mi hai lasciato il tuo numero nel caso avessi voluto fare qualcosa insieme la sera.

Mi sei venuto a prendere la sera dell’ultimo dell’anno perché non sapevo più come fare per tornare a casa. Sei stato un po’ da noi. Ti avevo chiesto se avevi a casa del vino bianco perché noi avevamo dell’Aperol in frigo, ma mi ero dimenticata che voi arabi, teoricamente non potete bere e non potete nemmeno tenere alcolici.

Mi hai seguita per una mezzora buona nella zona del porto, finché hai avuto il coraggio di chiedermi una foto. Volevi farti un selfie con me in realtà, ma ho fatto finta di non capire.

Ci siamo incontrati al Dubai Mall la sera dell’ultimo dell’anno. Eri un amico di un mio amico che ci aveva messo in contatto. Un marocchino a Dubai. Mi hai offerto la cena e abbiamo passato ore seduti sotto il Burj Khalifa ad aspettare i fuochi d’artificio. Potevi tornartene a casa poi, e invece sei venuto con me a cercare di prendere la metro per non lasciarmi sola. E sei finito anche tu a casa nostra a dormire sul divano.

Appena ti ho visto sono stata subito colpita dalla tua barba a punta, da quanto chiacchieravi, da quanto ti piacevi e da quanto sbavavi dietro ad ogni ragazza che passava. Avevi soldi da spendere. Mi hai offerto cene su cene, pranzi e cene. Avevi bisogno di compagnia. Ma poi passavi tutto il tempo a fare storie su Instagram, senza goderti il momento. Mi davi sui nervi. Apparire, per te contava solo apparire. Mangiare e apparire.

Mi hai regalato un profumo, per farti perdonare che non sei riuscito ad arrivare in tempo per vedere il tramonto. E mi hai anche accompagnata in aeroporto, dopo una serata passata in discoteca. Non hai mai bevuto in vita tua. E questa cosa mi fa strano.

Ci siamo conosciuti in California. Eri anche tu il cugino di un mio amico. E ci siamo rivisti a Dubai dopo anni. Tu, arabo proprio, con il vestito bianco. E’ stato stupendo riabbracciarti. Mi eri mancato un sacco.

Marocco

E’ stato amore a prima vista. Io avevo notato te con quei capelli rasta e il turbante e tu avevi notato me. Mi guardavi come se fossi un ‘apparizione divina. Mi hai fatto morire dal ridere quando mi hai chiesto “Are you looking for something?…A Moroccan husband?” e ti sei infilato, inevitabilmente a ridere anche tu. Mi hai regalato un sacchetto di olive e hai voluto che ti fotografassi. E quando ti ho chiesto dello zucchero per il te, mi hai portato una zolletta così grande che sembrava un mattone bianco.

Ci siamo sorpassati più volte mentre salivamo la collina per andare a vedere il tramonto. Ci siamo guardati, ci siamo seduti vicini e poi di nuovo allontanati, finché hai trovato il coraggio per parlarmi. Non sembravi marocchino. Sembravi americano. E siamo finiti a cena assieme a mangiare tajine e cous cous e a guardare la piazza principale che giù di sotto si animava.

Continuavi a gironzolarmi intorno mentre facevo le foto al tramonto sul mare. Finché ad un certo punto ti sei deciso a parlarmi. “You are beautiful” mi hai detto. Forse l’unica frase che sapevi in inglese. Non sapevi dire altro. Parlavi solo arabo.  Al che ancora mi chiedo come siamo finiti a mangiare sardine insieme, in uno dei tanti ristoranti di Asilah. Hai insistito per pagare tu, anche se io non volevo che lo facessi, e mi hai anche riaccompagnata in ostello. Mi hai supplicato perché volevi un bacio. Ma ti ho detto che non potevo, anche se in realtà te l’avrei dato. Eri proprio carino e mi dispiace che non siamo riusciti a rimanere in qualche modo in contatto.

Marocco

Alle persone che si conoscono in viaggio: grazie.

A voi. Alle persone che ho conosciuto in viaggio, e anche a quelle che devo ancora conoscere ma che spero di poter tornare a incontrare presto, volevo dire semplicemente grazie.

Grazie per avere incrociato la mia vita, che sia per un istante o per un pezzo di strada. Grazie per avermi in qualche modo aiutata, per essere diventate mie amiche, per avermi regalato un sorriso quando non sapevate che ne avevo bisogno. Grazie, anche se a volte mi avete fatto paura e fatto piangere, perché senza rendervene conto mi avete fatto crescere. Grazie per le emozioni che mi avete regalato e per aver reso unico e indimenticabile il mio viaggio. E infine grazie per essere quello che siete e quello che siete stati. 

“You will never be completely at home again because part of your heart will always be elsewhere.

That is the price you pay for the richness of loving and knowing people in more than one place.”

 

 

 

 

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